p 359 .

Dalla distensione alle nuove tensioni.

20 . La "rivoluzione del 1989".

Da un'intervista di G. Manacorda a R. Dahrendorf, pubblicata su
"Mercurio", supplemento di "la Repubblica" del 23 dicembre 1989 .

Il 1989 fu un anno cruciale per la storia mondiale: mentre in Unione
Sovietica era in atto una trasformazione politica che avrebbe finito
per provocarne la dissoluzione, uno dopo l'altro giunsero a fine i
regimi comunisti dell'Europa orientale e cadde il muro di Berlino,
tragico simbolo della contrapposizione tra Est ed Ovest. La relativa
rapidit dei processi che portarono

p 360 .

a tali eventi e la loro enorme rilevanza politica - il volto politico
dell'Europa ne usc profondamente mutato e le relazioni internazionali
cessarono di essere caratterizzate dal bipolarismo USA-URSS - hanno
fatto parlare di "rivoluzione del 1989". Intervistato dal giornalista
italiano Giorgio Manacorda all'indomani del crollo del muro di
Berlino, Ralf Dahrendorf afferma che una delle questioni pi
importanti connesse con la rivoluzione del 1989  quella del rapporto
tra democrazia politica e sviluppo economico. Secondo il sociologo di
origine tedesca, i tempi relativamente brevi dei mutamenti politici
dovranno necessariamente essere seguiti dai tempi lunghi dei
cambiamenti economici, e questo avverr attraverso un processo che non
potr essere indolore: "mentre la democratizzazione procura
un'immediata euforia, il rilancio economico, all'inizio, comporta
molti sacrifici".

Professor Dahrendorf, ho saputo che lei sta scrivendo un libro
sull'Ottantanove. Le posso chiedere l'elenco dei temi che tocca o,
meglio ancora, come ha suddiviso e ordinato la ribollente e polimorfa
materia in divenire di cui sta scrivendo?
Non so se riuscir a scriverlo, quel libro: la storia si muove, oggi,
cos velocemente che gli storici non ce la fanno a seguirne gli
sviluppi. Quello che si  scritto a settembre a dicembre  ormai
completamente superato. Si deve quindi pensare che ci che scriviamo a
dicembre sar superato a febbraio. Detto questo, per, mi sembra che
il grande tema della rivoluzione del 1989 sia nel rapporto tra la
democrazia politica e lo sviluppo economico.
Vuole spiegare meglio?
Democrazia e sviluppo economico hanno tempi diversi. Le istituzioni
democratiche si possono creare in tempi relativamente brevi. Lo
sviluppo economico, invece, ha bisogno di tempi pi lunghi. E questo 
gi un problema. Secondo problema: la democrazia politica non conduce
automaticamente a una crescita economica: si tratta di due processi
tra di loro "quasi" separati. Terzo: mentre la democratizzazione
procura un'immediata euforia, il rilancio economico, all'inizio,
comporta molti sacrifici. Le due cose stanno male insieme:  difficile
attraversare allegramente una valle di lacrime. La fiducia economica
ha bisogno di stabilit e democratizzazione significa
instabilit. L'elenco dei problemi potrebbe seguitare. Tutti, per,
girano intorno al rapporto tra riforme politiche e riforme economiche.
Se lei scrivesse il libro che forse non scriver questo ne sarebbe,
quindi, il tema centrale?
Questo sarebbe il tema portante. Anche perch questo  il punto in cui
Marx [Karl Marx, filosofo ed economista tedesco, vissuto fra il 1818 e
il 1883, sostenitore di una concezione materialista della storia e
massimo teorico del comunismo] si  sbagliato. Egli, infatti, pensava
che rivoluzione politica e rivoluzione economica alla fine fossero la
stessa cosa. Invece sono due cose diverse.
Vuol dire con questo che anche Marx  stato travolto dal crollo del
comunismo reale [ cos definito il modo in cui le teorie comuniste
sono state attuate dall'Unione Sovietica e dai paesi ad essa legati] ?
Marx  gi da buttare?
Per me Marx  sempre stato un importante autore tra gli altri. Non 
mai stato una sorta di Bibbia. Credo che Marx resti un autore
importante, ma se lei mi domandasse se Marx  superiore a Kant
[Immanuel Kant, vissuto tra il 1724 e il 1804, uno dei pi grandi
filosofi dell'et moderna], le risponderei che sono ambedue figure di
grande rilievo, e lo resteranno. Posso immaginare che ora la gente dei
paesi comunisti voglia completamente dimenticare Marx. La storia ha
molto spesso di queste oscillazioni. Non segue il cammino diretto
della ragione. [...]
Il modello occidentale, che  egemone in campo economico e politico,
lo sar anche nella cultura? Con il termine "cultura" intendo sia i
comportamenti sociali di massa - insomma il "costume", le mode
eccetera - sia lo scambio di idee, di opere, di intellettuali, di
scrittori.
Dar due risposte diverse ma connesse fra di loro. Ho il sospetto che
la gente nella Mitteleuropa orientale [l'insieme dei paesi dell'Europa
centro-orientale] per prima cosa voglia

p 361 .

avere tutto quello che abbiamo noi. Anche se noi siamo critici nei
confronti di quello che abbiamo, troverei incredibilmente
paternalistico se gli dicessimo di non fare gli errori che abbiamo
fatto noi. Dobbiamo consentire alla gente di rifare gli stessi errori,
e loro li faranno: vivranno di credito, privilegeranno i valori
materiali contro i valori ideali, la luccicante motocicletta cromata
sar pi importante del libro, le vacanze sull'Adriatico saranno pi
importanti della solidariet sociale nel proprio paese. Questi valori
o comportamenti culturali verranno in primo piano nell'Europa dell'Est
in modo tendenzialmente estremistico, e credo che noi faremo bene a
non guardarli con un occhio troppo critico. E' una fase che loro
devono attraversare.
Questo per quanto riguarda la cultura di massa. E per la cultura in
senso stretto?
Ci che io talvolta chiamo il mercato comune dello spirito,  gi oggi
una realt. Recentemente ho partecipato a un convegno in cui Andr
Fontaine di "Le Monde" [uno dei pi importanti quotidiani francesi] ha
usato una bella espressione: "ricomposizione dei linguaggi".
Improvvisamente, negli incontri con i nostri colleghi e amici
dell'Europa orientale, oggi noi possiamo parlare la stessa lingua. Si
tratta di un immenso progresso. Il che non significa che si facciano o
si pensino le stesse cose. L'Europa vivr della molteplicit, non
dell'unit. Il concerto Europa, con i suoi tanti strumenti diversi,
diventer pi bello. Non unitario, ma bello per la sua molteplicit.
Che ruolo ha avuto l'informazione nelle rivoluzioni pacifiche di
quest'anno? E che ruolo avr in futuro?
Non c' dubbio che i media abbiano avuto un grande ruolo. Ma c' un
fenomeno interessante: ancora oggi  relativamente poca l'informazione
all'interno delle societ dell'Est. Per esempio: i cechi ne sanno di
pi sulla Francia che sulla Polonia. Pu sembrare strano, ma c' poco
scambio all'interno dell'Est: prima erano tutti rivolti verso Mosca,
adesso guardano tutti ad Occidente. C' quindi ancora da esaudire un
notevole fabbisogno di informazione. Ma, nel complesso, i media sono
stati enormemente importanti. Le immagini televisive dei dimostranti a
Praga hanno senza dubbio avuto un significato a Sofia e i tedeschi che
fuggivano dalla Repubblica democratica tedesca hanno a loro volta
influenzato i cecoslovacchi. Quello che  successo dimostra che i
media sono dalla parte della libert. E' una cosa di cui si prende
atto molto volentieri persino nel momento in cui ci si preoccupa
perch i media sono in poche mani.

21 . La dissoluzione dell'Unione Sovietica e l'uscita di scena di
Gorbacv.

Da: E. Scalfari, Quell'uomo con la fragola sulla fronte, in "la
Repubblica", 27 dicembre 1991 .

La dissoluzione dell'URSS, decretata ufficialmente nel dicembre del
1991,  sicuramente uno degli eventi pi rilevanti della storia
contemporanea. Essa segna la scomparsa non solo di uno degli stati
protagonisti di oltre settanta anni di storia, ma anche la fine di
equilibri internazionali durati quasi mezzo secolo. La ricostruzione
storiografica di tutte le vicende  ancora complessa, ma sono
possibili alcune riflessioni sul loro significato politico, come
quelle di Eugenio Scalfari, uno dei pi noti giornalisti italiani,
fondatore del quotidiano "la Repubblica", che si sofferma in
particolare sulla figura e sul ruolo di Michail Gorbacv.

L'ammaina-bandiera al Cremlino la sera di Natale non pare abbia
suscitato intense commozioni n a Mosca n tra le popolazioni che
abitano gli immensi territori dell'ex Impero d'Oriente. Per quanto se
ne  potuto sapere attraverso le informazioni che arrivano ormai in
tempo reale da tutti i punti del pianeta, anche nel resto del mondo
l'avvenimento non ha suscitato altro che un'attenzione distratta e
fuggevole, come pu avere un fatto scontato o addirittura gi
avvenuto, il funerale posticipato di qualcuno il cui corpo sia stato
sepolto gi da molti mesi.

p 362 .

Chi del resto avrebbe potuto piangere o semplicemente rattristarsi per
la scomparsa della bandiera rossa dal pennone dell'antica fortezza
degli zar? Essa rappresentava ormai, agli occhi dei cittadini della
Russia e delle altre Repubbliche indipendenti dell'ex Unione
Sovietica, il simbolo di un'immensa, decrepita, oppressiva burocrazia,
che aveva fatto vivere nella paura centinaia di milioni di persone in
Urss e fuori dell'Urss; che aveva utilizzato gli ideali del socialismo
e dell'eguaglianza per costruire terrore per i sudditi e privilegi
castali per s; e si era infine disarticolata quasi da sola,
schiacciata dal peso d'un fallimento economico e politico che non ha
precedenti paragonabili nella storia del mondo.
Perfino Bisanzio cadde con pi drammaticit. Ma qui, a disfare questo
secondo impero d'Oriente non sono stati necessari n la cavalleria
turca n gli arcieri del Sultano: si  sfatto da s, con
un'impressionante rapidit, come un gigantesco dinosauro le cui fibre
nervose si siano improvvisamente paralizzate producendo il collasso e
la fine.
Collasso d'un gigante decrepito: null'altro che questa pu essere la
definizione dell'evento storico cui abbiamo assistito; e ci spiega
anche la mancanza di reazioni apprezzabili, di sussulti traumatici e
d'una qualche drammatica grandezza da parte della morente nomenklatura
[insieme dei dirigenti politici e amministrativi dell'Unione
Sovietica] del partito e del potere sovietico. Il golpe d'agosto ne fu
la prova pi evidente, con i capi dell'Armata, del Kgb [Komitet
Gosudarstvennoi Bezopasnosti, Comitato per la sicurezza dello stato,
polizia politica sovietica con compiti di spionaggio] e del partito
messi in scacco da poche migliaia di giovanotti nella piazza del
Maneggio di Mosca. Il dinosauro era gi morto, il suo piccolo cervello
era gi necrotizzato. Il golpe d'agosto non fu che l'ultimo tremito di
quel corpo ormai senza vita.
Su questo disastro epocale si erge la figura di Mikhail Sergeevic_
Gorbacv.
Ergersi  un verbo assai impegnativo. Lo si pu usare soltanto per i
protagonisti, non per le comparse. Da qui la domanda: Mikhail
Sergeevic_  stato un protagonista?
E' lui che ha dato un giro in pi alla ruota della storia oppure ne 
stato semplicemente trascinato? La discussione su questo punto 
appena cominciata e sar materia per gli storici di domani, ma qualche
cosa pu esser detta fin d'ora. [...]
Il suo primo atto politico di rilievo - una volta eletto capo del
partito - fu quello di liberare Sacharov [il fisico Andrej Dmitrevic_
Sacharov, promotore di un comitato per i diritti civili e critico
verso l'invasione dell'Afghanistan, inviato al confino ai tempi di
Leonid Il'ic_ Brez_nev] dal domicilio coatto di Gorkij e richiamarlo a
Mosca. Contemporaneamente inaugur la "glasnost", cio la trasparenza,
la libert di stampa, di parola e di critica.
Il dinosauro rimase tramortito da questa dose di veleno, ma la
nomenklatura non si rese conto che si trattava d'una dose mortale.
Oppure - se se ne rese conto - non pot opporsi alla somministrazione,
visto che il medico che la stava legalmente assassinando era il suo
segretario generale, il suo capo indiscusso. C'era d'altra parte in
tutti, anche nei dirigenti pi retrivi, un'ansia, quasi una moda di
modernismo. Tutti pensavano [...] che la "glasnost" avrebbe
rivitalizzato il partito e le istituzioni senza insidiarne il potere
reale. Lo pensava anche Gorbacv?
Io non credo che lo pensasse.
Se Gorbacv avesse voluto semplicemente svegliare dal letargo la
nomenklatura e riaprire una dialettica all'interno del Pcus, non
avrebbe avuto alcun bisogno della "glasnost". Gli sarebbe bastato
comportarsi come un monarca assoluto all'epoca dell'Illuminismo, come
Federico il Grande o Maria Teresa o Giuseppe d'Asburgo, o la stessa
Caterina la Grande o, infine, come lo zar Alessandro. Gli esempi d'un
riformismo imposto dall'alto, con atto unilaterale d'un despota
illuminato, non mancavano e Mikhail Sergeevic_ avrebbe facilmente
potuto utilizzarli. [...]
Ma Gorbacv non volle seguire quella strada. Tra riformismo dall'alto
e democrazia, scelse la seconda con tutti i rischi che comportava.
Perch lo fece? Per ora, a questa domanda non si pu rispondere in
altro modo che con supposizioni. Probabilmente aveva capito che in
fondo ad ogni processo di riformismo

p 363 .

dall'alto c' sempre una piazza Tienanmen [piazza di Pechino nella
quale, nella primavera del 1989, il governo cinese attu una violenta
repressione della protesta studentesca provocando centinaia di
vittime] a meno di non voler prolungare l'esperimento per un tempo
indefinito, procedendo con passo di lumaca.
E poi,  probabile che Gorbacv ritenesse la nomenklatura dinosaura
pi viva e combattiva di quanto in realt non fosse, capace dunque di
qualche terribile colpo di coda che avrebbe distrutto lui e la sua
"perestrojka" [termine russo indicante la ristrutturazione dell'intero
sistema economico e politico sovietico operata da Gorbacv].
Il solo mezzo per impedire questa eventuale reversibilit era di
restituire al popolo il diritto di parola, far sorgere dal nulla
un'opinione pubblica, imprigionare il dinosauro in una rete immensa di
parole, discorsi, comizi, giornali, televisioni; una rete non
governata n governabile da nessuno, nelle cui maglie la bestia
tramortita sarebbe rimasta imprigionata e alla fine uccisa.
Questo  stato Gorbacv. Qualcuno ha scritto in questi giorni che
stava con un piede nel vecchio mondo e un altro nel nuovo. Che
sciocchezza. Il vecchio mondo era certo decrepito e prima o poi
sarebbe comunque crollato; ma  lui che ne ha deciso i tempi e i modi.
Quest'uomo, uscito dalle scuole del marxismo-leninismo e del Komsomol
[Kommunisticeskij Sojuz Molodezei, Unione comunista della giovent],
aveva capito che la sovrastruttura  pi importante della struttura e
si  regolato di conseguenza.
Aveva messo nel conto che la "glasnost", oltre a distruggere la
nomenklatura e l'impero che essa teneva insieme, avrebbe distrutto
anche lui? Probabilmente no. Gli uomini impegnati in qualche grande
progetto non possono immaginarsi un futuro senza di loro. Sarebbe
disumano se riuscissero anche a fare questo.
Infatti gli ultimi mesi di Gorbacv sono stati patetici, brutti da
vedere, sicuramente tremendi per lui da vivere. Si  riscattato
l'altro ieri con un commiato pieno di decoro e di dignit. Adesso 
uscito di scena. Riusciranno i suoi successori a portare avanti il
processo da lui iniziato?


22 . La Palestina verso la pace.

Discorso pronunciato dal presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in
occasione della firma dell'accordo tra Israele e Organizzazione per la
liberazione della Palestina il 13 settembre 1993 .

Il 13 settembre 1993 una storica stretta di mano tra Yitzhak Rabin,
primo ministro israeliano, e Yasir Arafat, presidente
dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, sanc il
raggiungimento dell'intesa tra l'OLP ed Israele, con la quale venne
stabilito che entro cinque anni, ritirate le truppe israeliane dai
territori occupati e concessa l'autonomia ai palestinesi in esse
abitanti, avrebbe dovuto essere siglato l'accordo di pace definitivo.
Fu uno dei pi grandi eventi del nostro tempo: due popoli, quello
israeliano e quello palestinese, sceglievano definitivamente la strada
del dialogo, e non quella della guerra, per conciliare i propri
contrapposti interessi, che avevano provocato conflitti sanguinosi ed
alimentato l'instabilit dell'intera area mediorientale. Il presidente
degli Stati Uniti Bill Clinton, alla cui presenza, nel giardino della
Casa Bianca, venne firmato l'accordo, ricord, nel discorso
pronunciato per l'occasione e qui riportato integralmente, i
principali protagonisti e le fondamentali tappe del processo di pace,
incoraggiando palestinesi e israeliani a proseguire sulla strada
intrapresa, per assicurare un futuro di pace alle giovani generazioni,
"troppo a lungo educate dalle cronache di guerra".

Primo ministro Rabin, presidente Arafat, ministro degli esteri Peres
[Shimon Peres, ministro degli esteri israeliano], presidente Carter
[Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti dal 1976 al 1980],
presidente Bush [George Bush, presidente degli Stati Uniti dal 1988 al
1992], illustri ospiti.

p 364 .

A nome degli Stati Uniti e della Russia, copatrocinatori del processo
di pacificazione nel Medio Oriente, benvenuti a questa grande
occasione di storia e di speranza.
Oggi siamo testimoni di un atto straordinario in uno dei grandi drammi
della storia, un dramma che  iniziato all'epoca dei nostri antenati
quando la Parola si lev da una striscia di terra tra il fiume
Giordano e il mar Mediterraneo. Quel sacro pezzo di terra, quella
terra di luce e di rivelazione  la patria delle memorie e dei sogni
di ebrei, musulmani e cristiani in tutto il mondo.
Come noi tutti sappiamo, la devozione a quella terra  stata anche
fonte di conflitto e di spargimento di sangue per troppo tempo. Nel
corso di questo secolo il conflitto tra i palestinesi e il popolo
israeliano ha privato l'intera regione delle sue risorse, del suo
potenziale e di troppi dei suoi figli e delle sue figlie. La terra 
stata cos impregnata di odio e di guerra, gli interessi in conflitto
nella storia hanno scavato un solco cos profondo nell'animo dei
combattenti, che molti pensavano che il passato avrebbe sempre avuto
il sopravvento.
Ma quattordici anni fa il passato ha cominciato a cedere il passo,
quando, in questo luogo e proprio attorno a questo tavolo, tre uomini
di grande lungimiranza firmarono l'accordo di Camp David [accordo tra
Egitto e Israele sottoscritto nel settembre del 1978 con la mediazione
degli Stati Uniti]. Oggi noi onoriamo la memoria di Menahem Begin
[primo ministro israeliano, morto nel 1992] e di Anwar Sadat
[presidente egiziano fautore della pace con Israele, assassinato nel
1981 da un esponente del fondamentalismo islamico] e rendiamo onore
alla saggia guida del presidente Jimmy Carter.
Allora, come oggi, noi ascoltammo coloro che dicevano che quel
conflitto sarebbe ricominciato presto. Ma la pace fra Egitto ed
Israele al contrario ha resistito, e cos questa nuova coraggiosa
impresa di oggi, questa forte scommessa che il futuro possa essere
migliore del passato, deve durare.
Due anni fa a Madrid [conferenza di Madrid per la pace in Medio
Oriente] un altro presidente comp un passo avanti enorme sulla strada
verso la pace, portando Israele e tutti i suoi vicini ad avviare
trattative dirette. E oggi esprimiamo anche il nostro pi profondo
ringraziamento all'abilit del presidente George Bush.
Da quando Harry Truman [presidente degli Stati Uniti dal 1945 al 1952]
per primo riconobbe lo stato di Israele [1948], ogni presidente
americano, repubblicano o democratico, ha sempre voluto la pace tra
Israele e i suoi vicini. Gli sforzi di tutti coloro che hanno lavorato
prima di noi ci portano oggi a questo momento, un momento in cui
abbiamo l'ardire di impegnarci per una cosa che allora sembrava
perfino difficile immaginare: che la sicurezza del popolo di Israele
possa conciliarsi con le speranze del popolo palestinese e che ci
possa essere pi sicurezza e pi speranza per tutti.
Oggi, Israele e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina
firmeranno una dichiarazione di principi sull'autogoverno provvisorio
palestinese. La dichiarazione delinea il percorso verso la
riconciliazione tra due popoli che hanno conosciuto l'amarezza
dell'esilio. Oggi entrambi si impegnano a lasciarsi alle spalle i
dolori passati e gli antagonismi e a lavorare per un futuro comune,
fondato sui valori della Torah, del Corano e della Bibbia [i libri
sacri delle religioni ebraica, islamica e cristiana].
Rendiamo omaggio oggi anche al governo della Norvegia per l'importante
ruolo svolto nel sostenere questo accordo. Ma oggi dobbiamo
soprattutto ringraziare i governanti che hanno avuto il coraggio di
guidare i loro popoli verso la pace, allontanandoli dalle cicatrici
della battaglia, dalle ferite e dalle perdite del passato, in vista di
un domani pi luminoso. Il mondo intero ringrazia il primo ministro
Rabin, il ministro degli esteri Peres e il presidente Arafat.
La loro tenacia e la loro capacit di vedere il futuro ci hanno dato
la speranza di un nuovo inizio. Ci che questi leader hanno fatto deve
adesso essere proseguito da altri. Il loro

p 365 .

successo deve costituire un incoraggiamento per portare avanti con
successo questo processo di pace. Quelli di noi che li sostengono
devono essere disposti ad aiutarli sotto ogni aspetto, perch la pace
deve portare sicurezza. Una pace dei coraggiosi  a portata di mano.
In tutto il Medio Oriente si desidera ardentemente il miracolo
silenzioso di una vita normale.
Sappiamo che ci saranno molte difficolt, molti ostacoli. Ogni pace ha
i suoi nemici, persone che preferiscono le facili abitudini dell'odio
alle dure fatiche della riconciliazione. Ma il primo ministro Rabin ci
ha ricordato che non  necessario fare la pace con gli amici. E il
Corano ci insegna che se il nemico desidera la pace allora anche noi
dobbiamo desiderarla.
Quindi decidiamoci a far in modo che questo nuovo riconoscimento
reciproco costituisca un processo continuo e durevole, nel quale le
parti interessate trasformino il modo stesso con il quale si
considerano e si capiscono. Facciamo in modo che gli scettici debbano
ricordare ci che una volta esisteva tra questi popoli. Un tempo vi
era un flusso ininterrotto di idee, di commerci tra le citt di questi
territori. In Spagna, in Medio Oriente, musulmani ed ebrei lavoravano
insieme, in campo scientifico e letterario. Questo passato pu tornare
a vivere.
Signor primo ministro, signor presidente, mi faccio garante
dell'appoggio attivo degli Stati Uniti alla difficile opera che vi
attende.
Il mio paese si impegna ad assicurare a tutte le popolazioni
interessate a questa intesa una maggiore sicurezza e a reperire le
risorse necessarie per realizzare gli obiettivi fissati qui oggi.
Proviamo a immaginare quali risultati si potrebbero conseguire se
tutte le energie e le abilit che israeliani e palestinesi hanno
investito nella guerra verranno incanalate per coltivare la terra, per
dissalare le acque, per porre fine al boicottaggio e creare nuove
industrie, per costruire una terra prospera e pacifica oltre che
santa. Soprattutto dedichiamoci oggi alle nuove generazioni della
vostra regione. Tra i presenti, nessuno  pi importante del gruppo di
bambini israeliani ed arabi seduti oggi qui con noi.
Signor primo ministro, signor presidente, questo giorno appartiene a
voi. Grazie a ci che avete fatto, il domani appartiene a loro. Non
dobbiamo lasciarli preda della politica di estremismo e disperazione,
preda di coloro che vogliono far fallire questo processo perch non
riescono a vincere le paure e i rancori del passato. Non dobbiamo
tradire il loro futuro. Troppo a lungo i giovani in Medio Oriente
hanno vissuto in una ragnatela di odio non da loro tessuta. Troppo a
lungo hanno ricevuto insegnamenti dalle cronache di guerra. Ora
possiamo dare loro la possibilit di conoscere la stagione della pace.
Per loro noi dobbiamo realizzare la profezia di Isaia [primo dei
profeti maggiori della Bibbia] secondo cui l'urlo della violenza non
si sentir pi e non vi dovranno essere mai pi rovine e distruzioni
nei vostri confini. I figli di Abramo, i discendenti di Isacco e di
Ismaele [Isacco e Ismaele erano entrambi figli di Abramo: del primo si
considerano discendenti gli ebrei, del secondo gli arabi] hanno
iniziato insieme un audace viaggio. Insieme, oggi, con tutti i nostri
cuori e le nostre anime, noi auguriamo a loro shalom, salaam, pace.


23 . La guerra civile nella ex Iugoslavia: il mondo guarda e si
volta dall'altra parte.

Da: C. Augias, Le mille ferite di Sarajevo, in "la Repubblica", 6
gennaio 1994 .

La guerra civile nell'ex Iugoslavia rappresenta uno degli eventi pi
tragici degli anni Novanta; ci nonostante essa ha avuto un impatto
sull'opinione pubblica minore di quello prodotto da altri conflitti
verificatisi negli ultimi decenni del ventesimo secolo. Le cause di
tale indifferenza, secondo il giornalista italiano Corrado Augias,
sono molteplici, e tutte legate ad aspetti emblematici della realt
contemporanea. Sullo sfondo ci sono gli interessi economici e politici
delle potenze europee e dei paesi musulmani; determinanti sono per
anche la complicazione, l'intrico

p 366 .

geografico e il groviglio delle rivendicazioni avanzate dalle varie
parti in causa, che rendono difficile individuare chiaramente gli
schieramenti e i reali motivi della carneficina: "la civilt della tv
vuole divisioni nette, pretende che le squadre in campo siano al
massimo due e che indossino maglie riconoscibili"; le pur note
atrocit e il tanto sangue sparso non sono sufficienti a commuovere il
mondo, "bisogna che quel sangue grondi da una ferita riconoscibile
perch la famosa opinione pubblica - a cominciare dai media - si
decida a muoversi".

Appena si mette piede a Sarajevo, bisogna trovare il coraggio di
rispondere a questa domanda: perch di questa guerra importa cos
poco, in giro per il mondo? Tanto pi che gli elementi capaci di
smuovere grandi emozioni collettive, alimentare le immagini di
toccanti rportage televisivi e riempire i taccuini dei cronisti, ci
sarebbero apparentemente tutti, sotto gli occhi di tutti: le vittime
innocenti, le donne stuprate, le case distrutte, le ardue condizioni
climatiche e logistiche.
Invece a quella risposta si arriva lentamente e solo dopo aver capito
che il sangue e le sofferenze ormai non bastano pi a commuovere, da
sole, il mondo. Bisogna che quel sangue grondi da una ferita
riconoscibile perch la famosa opinione pubblica - a cominciare dai
media - si decida a muoversi.
All'ospedale civile del quartiere di Kosevo il tetto di uno dei
padiglioni  stato sfondato due giorni fa da una granata serba. In un
corridoio sono stati accumulati letti pieni di calcinacci che si sono
subito intrisi del sangue delle lenzuola. Le testate sono contorte
dall'esplosione. Gli ammalati, i feriti, molti bambini, si aggirano
con lo sguardo assente rimuginando pensieri che solo loro
conoscono. Quando faccio per entrare, un'infermiera che obbedisce a
regole di profilassi dettate per condizioni diverse da queste, mi fa
segno che devo indossare uno dei camici verdolini che pendono da un
attaccapanni. Sono indumenti logori e sporchi, non porter certo meno
germi all'interno, mettendone addosso uno. Anzi,  ragionevole pensare
che la giacca con la quale sono venuto da Roma sia pi sterile di uno
di quei camici. L'infermiera mi sorride, ed entro senza camice.
Probabilmente ci siamo resi conto tutti e due dell'assurdit della
cosa. Cito un episodio banale rispetto all'orrore di altri reparti
dell'ospedale perch in quel timido tentativo di far rispettare una
regola astratta si nasconde uno degli elementi della risposta. A
Sarajevo molti fanno finta che le cose siano quasi normali, nascondono
la disperazione o perch ci sono abituati e non la vedono pi, o
perch se ne vergognano.
L'autista che m'accompagna e che corre come un pazzo sulle strade
ghiacciate per sfuggire al possibile tiro dei cecchini e mi dice a un
certo punto indicando un bar: "L, tre giorni fa,  entrata una banda
di malfattori e ha derubato tutti di tutto, c'erano anche dei
giornalisti stranieri". Fa una pausa, mi guarda, conclude: "come a
Palermo". Ho interpretato il messaggio un po' avvelenato di questa
frase nel senso: tieni le penne basse, amico, non pensare di venire da
un paese molto diverso da questo.
In questa simulazione di normalit, in questo misero orgoglio, c' una
parte della risposta, certo non tutta. Un'altra parte pu nascondersi
nel relativo equilibrio delle reciproche atrocit. I cetnici, cio i
combattenti di parte serba che assediano Sarajevo, hanno tra le loro
file la banda di Arkan, vale a dire un sadico assassino che capeggia
un manipolo di saccheggiatori professionisti e di killer della
malavita di Belgrado. A queste milizie che non conoscono nessuna delle
regole insegnate nelle scuole di guerra, vanno addebitati buona parte
delle ruberie, delle torture (evirazione, mutilazioni, accecamento con
le baionette) e degli stupri etnici: si violentano ripetutamente le
donne per ingravidarle e porle cos di fronte al doppio ricatto o di
abortire o di mettere al mondo un cetnico.
Ma nemmeno dall'altra parte, da parte bosniaco-musulmana, ci si sforza
troppo per comportarsi diciamo da ufficiali e gentiluomini. Anche la
banda del musulmano Paraga  fatta di assassini e di stupratori. Sono
stati loro ad assassinare a freddo tre italiani, tra i quali Guido
Puletti, che erano andati in Bosnia in missione umanitaria con un
carico di cibo e di medicine.

p 367 .

Paraga voleva impadronirsi del carico e avrebbe potuto farlo
tranquillamente. Chi non cederebbe al volo un camion di cibo in cambio
della vita? Ma le vittime avevano visto in faccia i loro aggressori e
non potevano uscire vive dall'agguato.
Il presidente bosniaco musulmano Alija Izetbegovic aveva promesso di
consegnare gli assassini di Paraga alla giustizia. Non solo non l'ha
fatto ma Paraga  diventato una specie di eroe della resistenza
bosniaca. E forse, proprio questo  il motivo per cui adesso
Izetbegovic non pu pi permettersi di consegnare niente a nessuno.
A quella risposta, fatta di tante tessere, si pu aggiungere un terzo
elemento: la complicazione, l'intrico geografico, delle rivendicazioni
territoriali. Nella guerra del Golfo o in Vietnam tutto era molto
semplice da questo punto di vista. Esistevano territori ben
identificati, il Sud e il Nord, il Kuwait e l'Iraq, che permettevano a
ognuno di orientarsi e, volendo, di scendere in piazza con bei
cartelli e slogan appropriati. Nella ex Iugoslavia, dopo quasi due
anni di guerra, l'opinione del mondo non ha ancora capito nemmeno
quali sono le parti in causa n i motivi della carneficina.
I bosniaci combattono da una parte contro i serbi, dall'altra contro i
croati. Ma questa  una guerra nella quale nessuno  alleato di
nessuno e tutti combattono contro tutti, per conquistare porzioni di
territorio grandi come una provincia, certe volte come un comune, per
di pi incastrate una dentro l'altra a pelle di leopardo, in un
groviglio inestricabile per spiegare il quale bisogna pensare a un
odio vecchio di molti anni, non certo a ragioni militari o di potere.
E' possibile chiarire un intrico del genere in televisione? Non 
possibile. Le possibilit d'analisi della tv non arrivano a tanto e se
non lo dice la tv la gente non si muove. Purtroppo la civilt della tv
vuole divisioni nette, pretende che le squadre in campo siano al
massimo due e che indossino maglie riconoscibili: se sono i blu contro
i rossi tanto meglio.
Queste sono alcune delle ragioni. Sullo sfondo per la verit c' anche
altro: gli interessi delle potenze europee che vedono nei Balcani una
futura possibilit per i loro mercati, gli interessi musulmani, sciiti
in particolare [gli sciiti sono musulmani che, distaccandosi dalla
ortodossia sunnita, non riconoscono l'autorit della Sunna, ossia
l'insieme della consuetudini ricavabili dal Corano e dalla vita di
Maometto; minoritari nel mondo islamico, sono la maggioranza in Iran],
di piazzare una testa di ponte alle frontiere dell'Europa. E' tutto
vero. Ma se si vuole andare subito al cuore del problema, diciamo che
la ragione profonda dell'indifferenza sta nel fatto che tra le tante
possibili trappole, i combattenti dei Balcani sono caduti in quella
peggiore: stanno facendo una guerra pretelevisiva, la gente li guarda,
non capisce che vogliono, si volta dall'altra parte.
